trans
un lavoro ben fatto parte 10
27.04.2026 |
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"A me non piace questo tipo di commento, troppo volgare, troppo privo della grazia crudele della signora..."
Restai in ginocchio sul freddo piastrellato del bagno, le mani dietro la schiena, il mento posato sul ginocchio freddo della signora. Ascoltai il sordo frastuono del suo urinare che si abbatteva sulla porcellana, un suono che mi definiva più di qualsiasi parola. Quando finì, mi concesse di pulirla. La carta igienica era ruvida contro le mie dita, un contatto che confermava il possesso.In camera, la signora si adagiò sul letto come una regina sul suo trono e mi fece segno di raggiungerla. Mi strinse a sé, non con affetto, ma come si abbraccia un cuscino, un oggetto per proprio conforto. Il suo corpo era caldo contro il mio e in poco tempo sentii un'erezione nascosta e feroce sbucare fuori dal mio pigiamino a fiori, contro la mia coscia. Un tremito involontario mi scosse quando lei se ne accorse, un sorriso sottile che le increspò le labbra al buio.
La sua mano scese, lenta come un predatore, e iniziò ad accarezzarmi attraverso la stoffa sottile dei miei pantaloni in raso rosa. Le sue dita disegnavano cerchi precisi sulla mia erezione, una tortura dolce che mi faceva fremere e gemere. Il mio corpo, un traditore docile, rispondeva al suo tocco con un'ondata di calore che mi partiva dall'inguine e mi inondava il petto.
"Conta con me," sussurrò, la sua voce un respiro caldo e umido contro il mio orecchio.
"Dieci... nove... otto..."
Mi concentrai, il cuore martellante nel petto, ogni battito un'attesa. Sette... sei... cinque... Ero così vicino, così vicino al rilascio che il mio corpo anelava, un'onda che stava per rompersi.
"Quattro... tre..."
Poi la signora si fermò. La sua mano si immobilizzò, lasciandomi sospeso in un limbo di frustrazione bruciante. Prima che potessi emettere un lamento, si mosse con una grazia felina, mettendosi a cavalcioni sopra di me, bloccandomi le gambe con le sue. La sua mano mi strinse l'asta con forza crudele, una piccola goccia di precum traslucido sbucò dalla punta, lo raccolse con un dito e me lo porse.
"Apri."
Succhiai avidamente, assaggiando il mio stesso desiderio, il sapore della mia sottomissione. Ripeté l'operazione più volte, ogni goccia un piccolo tormento, un assaggio di un nutrimento che avrei voluto ricevere non da lei... ma dallo zio.
In uno spasmo involontario che mi scosse fino alle fondamenta, venni senza orgasmo, un'espulsione secca e insoddisfacente, un tradimento del mio stesso corpo.
Un colpo secco mi squassò il viso, lasciandomi l'orecchio che ronzava.
"Non ero arrivata a zero," mi disse fredda.
Poi un mezzo sorriso le giocò sulle labbra e scese verso il mio inguine. La mia biancheria era macchiata di sperma, una prova evidente della mia debolezza. Con lentezza meticolosa, raccolse tutta la mia eiaculazione con la sua bocca, descrivendo traiettorie precise sulla mia pelle.
Si rimise sopra di me, il suo volto a pochi centimetri dal mio, le guance piene del mio sperma.
Aprii la bocca, certo che me lo volesse sputare addosso, un ultimo atto di umiliazione.
Ma non successe nulla.
Tirai fuori la lingua in un gesto di completa sottomissione.
Ma, di nuovo, non successe nulla.
Capii che la mia umiliazione non era ancora abbastanza per lei.
"La prego, signora, mi nutra," mormorai, la voce rotta dall'eccitamento, dalla disperazione e dalla fame.
Erano settimane che la mia dieta, impostami dalla signora, consisteva unicamente in mele con la buccia e caffé amaro. Avrei fatto qualunque cosa per poter riassorbire il nutrimento perduto dalla mia eiaculazione traditrice.
La signora mi guardò freddamente, i suoi occhi che mi scrutavano come se fossi un insetto sotto una lente. Si avvicinò lentamente al mio orecchio sinistro e inghiottì rumorosamente il mio sperma, lasciandomi a bocca asciutta, con soltanto il sapore del rifiuto.
Poi si buttò sul letto.
"Non ti ho detto che potevi parlare, cretina.".
"Scusi signora," sussurrai, il volto nascosto nel cuscino.
Dopo la chiamata della sera precedente, lo zio non chiamò più.
Tutti i miei soldi li avevo dati in custodia alla signora, quindi io non avevo né credito né il denaro per fare una ricarica telefonica, quindi potevo solamente aspettare che lo zio richiamasse.
Tirai spesso fuori il cellulare, in attesa, ma il silenzio del telefono era diventato un'altra forma di tortura, un vuoto che risuonava più forte di qualsiasi suono.
Il giorno dopo andammo a pulire in casa del trentenne.
L'ultima volta gli avevo dovuto pulire il cazzo e la pancia con un fazzoletto, dopo che si era masturbato guardando il mio corpo esile. Quindi ormai aveva capito che tipo di rapporto c'era tra me e la signora e, di conseguenza, tra me e lui.
Ci accolse in accappatoio, non era mai successo.
Odorava di sapone e, in effetti, era un bel cambio rispetto a prima che sapeva di sudore stantio. Eppure non riuscivo a non pensare che se non altro prima il suo odore era più sincero, più umano.
La signora andò a pulire nell'altra sala dicendo: "Vi lascio soli."
Il trentenne non se lo fece ripetere e si tolse l'accappatoio. Era in piena erezione.
"In ginocchio," mi ordinò, "così impari anche un po' di italiano."
Dato che la signora lo aveva convinto che io non parlassi italiano, subito dopo aver detto "in ginocchio" indicò il pavimento. Posso davvero far finta di non capire?
Abbasso lo sguardo e mi metto in ginocchio.
Sento che mi sta venendo un'erezione. Mi sento sporco e sbagliato ad eccitarmi per questa situazione umiliante, ma ormai ho capito che è così che sono fatto... o fatta?
In ogni caso non voglio che lui sappia che ho il pene, complicherebbe la situazione già complicata. Una volta in ginocchio cerco di nascondere il pene tenendo il culo verso l'infuori, un'arcuatura innaturale, un'offerta visiva che mi fa sentire ancora più esposto.
Lui lo nota, crede che lo faccia per lui e mi dice: "Brava.".
Questo commento, questa parola femminile che sempre più mi definiva, rese la mia erezione completa, un ferro rovente che premeva contro il tessuto dei pantaloni mentre la sua erezione era a un centimetro dalla mia faccia, un obelisco di pelle tesa e vene prominenti.
Sta aspettando che sia io ad avvicinarmi.
Che cosa sto aspettando?
Sto forse preservando una dignità che ho abbandonato da tempo?
Ormai sono solo questo: un giocattolo per maschi.
Apro la bocca e mi lecco le labbra, poi avvicino il labbro inferiore al frenulo e comincio a toccarlo così, un contatto leggero, una serie di baci senza schiocco.
"L'avevo capito," mi dice con voce roca, "che eri proprio una zoccola.".
A me non piace questo tipo di commento, troppo volgare, troppo privo della grazia crudele della signora.
Così scuoto la testa in segno di rimprovero, lui borbotta qualcosa e perde velocemente l'erezione.
Il suo cazzo dritto mi arrivava al naso, ma scende veloce fino alla bocca e poi sotto al mento. Mi trovo così in ginocchio col suo cazzo moscio davanti e un odore di sapone intimo.
Avrei preferito l'odore del cazzo, sarebbe stato più sincero, più vero.
Anche se col cazzo moscio, il trentenne non si spostò, anzi mi mise una mano sulla testa e mi disse: "adesso lavori... e bene."
E io lavorai sul suo cazzo... e bene.
Gli presi in bocca il cazzo moscio e cominciai a succhiare e leccare, massaggiando i testicoli mentre gli leccavo la cappella e prendendogli tutto il cazzo in bocca, approfittando del fatto che finché era moscio, ci stava tutto nella mia bocca non allenata.
Lentamente il suo cazzo cresceva dentro la mia bocca, fino quasi a soffocarmi ma io ciucciavo e ciucciavo: un'adorazione disperata.
Quando fu finalmente di nuovo in erezione, alzai lo sguardo e gli sorrisi grata.
Grata.
Mi era molto più facile considerarmi una femmina che soddisfa un maschio: era psicologicamente più semplice, meno doloroso.
E proprio mentre gli sorrido, un'espressione di devota gratitudine stampata sul volto, e mi sbatto divertita la sua cappella tesa e rossa sulla lingua, godendo della sua consistenza e del suo sapore di maschio che comincia a farsi largo tra il sapore neutro del sapone intimo, un colpo di flash mi acceca per un istante.
La luce bianca e violenta brucia la mia retina, imprimendo per sempre l'immagine del mio sorriso compiaciuto e del suo cazzo sulla mia lingua. La signora mi ha fatto una foto con la polaroid.
Lo scatto, secco e definitivo, echeggia nella stanza silenziosa.
Non faccio in tempo a capire, a sentire il brivido gelido della vergogna, che lui subito mi afferra per i capelli: ormai son lunghetti, mi arrivano sotto le orecchie, ciocche castane che la signora acconcia e aggiusta personalmente, usandole come redini, come maniglie per possedermi.
La mia mente è un possedimento della signora, ma in quel momento a possedermi fisicamente è il trentenne, che si porta la mia testa su e giù per il cazzo, non più con la mia volontà, ma con la sua: usandomi la bocca come un foro caldo e umido, un oggetto.
Io trattengo i conati di vomito dati dal suo cazzo che mi sbatte in gola, un martello di carne che preme contro il palato molle, bloccandomi il respiro. Le lacrime mi rigano il volto, calde e salate, fondendosi al mascara che la signora mi applica ogni mattina con cura meticolosa, creando rivoli neri che si mescolano al fondotinta, sporcando, rovinando, trasformando il mio viso in una maschera di sofferenza.
Una spinta del suo cazzo particolarmente forte, un affondo che mi sembra di sentire nelle ossa, mi fa uscire muco dal naso, un filamento trasparente e umido che pende, un'ulteriore umiliazione visibile. Io però sento il suo cazzo duro, pulsante, un battito selvaggio contro il mio palato, e sento uno strano, perverso orgoglio: che nonostante io adesso stia male, nonostante io stia soffocando e piangendo, è grazie a me, alla mia bocca, alla mia umiliazione, che lui ha un'erezione così potente.
Questo, sapendo che la signora sarebbe d'accordo con me, sento essere il miglior complimento che io possa sperare.
Un maschio col cazzo duro grazie alla mia sottomissione.
Nonostante non mi stia toccando, nonostante il mio unico contatto sia con il suo cazzo che si fa largo nella mia gola e la sua mano che mi tira i capelli, sento un brivido freddo e piacevole fra le mie gambe, un formicolio che mi annuncia un'eccitazione che non credevo fosse possibile.
Alzo lo sguardo implorante verso di lui, con gli occhi pieni di lacrime, e spero, prego, desidero che mi sborri in bocca, voglio berlo e voglio che il nutrirmi del suo sperma, suggelli il fatto che mi abbia usata e che io io mi sia fatta usare da lui. Vedo un altro flash, la luce mi colpisce ancora mentre il suono asciutto dei miei conati si mischia allo stridore meccanico della foto che esce dalla polaroid, un ricordo tangibile della mia discesa.
Lui che mi muoveva la testa, facendomi sbattere il naso sul suo addome ormai odoroso di sudore, si ferma di colpo. Ho tutto il suo cazzo in bocca, piantato fino in fondo, la punta che preme contro la base della mia gola. Non riesco a respirare e lui mi impedisce di muovermi, la sua presa è di ferro.
Sento un irrigidimento muscolare che parte da lontano, un'ondata che lo attraversa tutto, e il primo fiotto di sperma mi colpisce dentro la bocca, caldo, denso, inaspettato. Poi il secondo, più abbondante. Il suo cazzo si svuota nella mia bocca che si riempie di sperma amarissimo, un sapore così diverso, più forte, più maschio del mio.
Il terzo fiotto è così potente che non riesco a trattenerlo, e tossisco, un colpo di tosse secco e convulso che fa schizzare lo sperma dai bordi della mia bocca e dalle narici per terra, quattro strisciate bianche sul pavimento freddo.
La signora è lì, la sua ombra mi copre.
"Leccalo," mi dice, la voce calma e impassibile, "leccalo tutto."
E poi, per umiliarmi ancora di più, mi poggia la sua scarpa sui capelli e mi spinge la testa verso la sborra per terra, il mio viso sempre più vicino a quella pozza umiliante. Nel mentre, la signora dice al trentenne che se vuole può andarsi a lavare, come se io non fossi altro che un oggetto usato, mi metto a a quattro zampe e senza discutere lecco la pozzanghera umida e appiccicosa dal pavimento freddo. So che è un pavimento che laviamo tutti i giorni, ma saperlo non rende meno degradante il leccare l'unione del suo sperma e del mio muco e della mia saliva.
La lingua scivola sul parquet, raccogliendo quella miscela umiliante, il sapore salato e amaro del suo sperma che si mescola al sapore familiare del mio muco e della mia saliva, mentre il flash scatta per la terza volta, immortalando la mia completa e totale sottomissione.
"Basta così. Vieni in bagno, devi struccarti. Sei inguardabile."
Mi trascina per un braccio, la sua presa ferrea sul mio polso. Mi posizionò di fronte allo specchio del bagno del trentenne, e per un istante non riconobbi la persona che mi fissava. Gli occhi erano rossi e gonfi, cerchiati da righe di mascara nero che correvano zigzagando verso il basso. Il fondotinta era a chiazze, mescolato al trucco sotto il naso.
La signora mi porse un dischetto di cotone imbevuto di struccante.
"Toglilo tutto. E sbrigati."
Iniziai a strofinare il viso. Con ogni passata, con ogni pezzetto di cotone che si anneriva di trucco, il mio volto cambiava. Spariva la bocca disegnata, le guance colorate, le sopracciglia definite. Sotto quella maschera di femminilità imposta, lentamente, riemergeva "lui".
Non più la "ragazza" con le guance lisce e gli occhi grandi e truccati, ma il mio volto maschile con dei capelli un po' troppo lunghi per un ragazzo.
Guardai la mia immagine nello specchio, un ragazzo pallido e sconvolto con gli occhi ancora lucidi di pianto e le labbra gonfie. Un'ondata di panico freddo mi attraversò. Casa dello zio.
Dovevamo andare a pulire casa dello zio.
La seguii, il cuore che martellava nel petto non più per l'eccitazione, ma per la paura di essere scoperto.
Mentre camminavo verso l'uscita, abbassai lo sguardo, cercando di nascondermi, di diventare invisibile.
Non volevo che il trentenne mi vedesse ora. Che capisse.
Se avesse visto il mio viso da uomo, la maschera di femminilità rotta, avrebbe capito tutto.
E sarebbe stato peggio. Molto peggio.
La sua umiliazione era stata rivolta a una "zoccola".
Scoprire di aver usato la bocca di un uomo avrebbe ulteriormente trasformato il suo dominio su di me.
Ma poi, quale sarebbe stata la differenza? Mi toccai i fianchi, sentendo la stoffa sottile dei pantaloni che la signora mi aveva fatto indossare. Un corpo modellato dalla sua volontà e dalle sue folli diete.
Anche se la faccia era senza trucco, era evidente: era terribilmente, crudelmente evidente.
Non ero un uomo vestito da donna...ero ormai una donna con il volto sbagliato.
Mentre camminavo verso l'uscita, un pensiero ossessivo mi perseguitava: speravo che lo zio non fosse in casa.
Non volevo mi vedesse così: senza la maschera che lei mi aveva costruito non ero più io.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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